Rendere giustizia al dolore per ESQUIRE

December 11, 2025

Rendere giustizia al dolore

Trasformare la sofferenza in consapevolezza è un atto di resistenza. Perché solo guardando il dolore senza distogliere lo sguardo possiamo farne memoria collettiva e spinta di cambiamento.

Qualche settimana fa Esquire mi ha chiesto di scrivere sul dolore — su come la fotografia possa ancora essere veicolo di sofferenza, capace di toccare le coscienze. Viviamo in un tempo in cui il dolore non ci scuote più: ci attraversa senza lasciare traccia, ci trova feriti eppure indifferenti, immersi in un mondo che soffre ma incapaci di sentirlo davvero. Ho accettato, anche se scrivere del dolore è un’impresa complicata. Perché il dolore non si descrive: si subisce, si attraversa, si sopporta, si trasforma. E ogni volta che provi a metterlo in parole, ti accorgi che le parole lo tradiscono. Così ho cercato di guardarlo da un’altra prospettiva: come una scintilla di cambiamento, un’occasione capace di incendiare le coscienze invece di bruciarle. Come qualcosa che ci costringe a uscire dalle nostre gabbie di egoismo, ad agire, a ricordarci che esiste ancora una parola chiamata “noi”.

Che cosa significa narrare il dolore? Non è semplice testimoniarlo, né basta descriverlo né fotografarlo. Narrare il dolore vuol dire attraversarlo, sporcarsi, lasciarlo entrare nelle ossa fino a quando smette di appartenere solo a chi lo vive e diventa anche tuo. Come si racconta una guerra? Come si sopravvive al dolore degli altri, a rispettarlo senza restarne schiacciati? Forse non si sopravvive affatto, ma con il tempo si impara a respirare dentro quel dolore, a trasformarlo in linguaggio, a guardare senza distogliere lo sguardo, a non ridurlo a spettacolo, a non piangerlo soltanto, ma provare a comprenderlo. Perché il pianto, da solo, non aiuta nessuno.

Rendere il dolore emotivo non significa commuovere né fare retorica, ma renderlo umano: provare a dare un volto alla sofferenza del mondo che ci circonda e non tenerla nell’ombra. Provare a raccontarlo affinché smetta di essere una statistica, un titolo di giornale o una tragedia a noi distante.

Come si può andare oltre il dolore e non fermarsi al pianto, alla rabbia, all’impotenza? Scegliendo di elaborarlo, evitando di lasciarlo morire dentro di noi come un trauma non risolto, ma provare a trasformarlo. Anche la sofferenza più grossa, se condivisa, può diventare sofferenza collettiva e così il fotogiornalismo, [quello vero, fatto dal campo, non il suo racconto] diventa veicolo di informazione, obbligandoci a confrontarci con la realtà, a comprendere ciò che altrimenti resterebbe invisibile, dimenticato o ignorato. Questa è la sua forza: trasformare il dolore catturato in un’immagine in consapevolezza collettiva, in memoria storica, in spinta di cambiamento.

Stiamo assistendo a un genocidio in diretta, allo svolgimento di un progetto sionista di apartheid, basato su etnia e religione, finalizzato all’eliminazione dell’identità palestinese. Le regole sono state cancellate, i diritti fondamentali svuotati del loro valore, la legge internazionale ridotta a un foglio ingiallito e la dignità umana confinata a un racconto da libri di scuola. Viviamo in un’epoca in cui regnano impunità e violenza, e il rispetto per l’altro non è più un valore condiviso, ma un’eccezione. Ogni giorno il dolore delle vittime civili dei conflitti cresce e si mescola a quello di chi scappa dalle bombe e dalle guerre, diventando un peso comune impossibile da ignorare.

 

Eppure, anche in questo tempo amaro, possiamo ancora scegliere. Oggi la sofferenza del popolo palestinese ha aperto il vaso di Pandora, costringendoci a guardare in faccia il dolore di un intero popolo, a vedere ciò che siamo diventati. Ci ha mostrato come, in un sistema neoliberale e imperialista fondato sullo sfruttamento, siamo tutti potenziali bersagli: bersagli di consumi, di algoritmi, di indifferenza, di bombe. Bersagli del prossimo dolore.

Ora non possiamo più voltare lo sguardo. Per rendere giustizia al dolore, dobbiamo compiere lo sforzo di vederlo come una scintilla di cambiamento: qualcosa capace di farci uscire dalle nostre bolle di individualismo e di spingerci a muoverci per una causa collettiva che riporti al centro il rispetto dei diritti umani. Solo quando sapremo rinunciare a una parte dei nostri privilegi potremo sentire tutti un po’ meno dolore.

 

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