MANIFESTAZIONE TORINO PER IL FATTO

February 7, 2026

Cosa è successo a Torino? Quando la spirale di violenza porta alla disumanizzazione del nemico

La manifestazione di sabato a Torino è diventata il pretesto per alzare il livello dello scontro contro il dissenso e per riaffermare che la violenza non è uguale per tutti.

Si è scritto molto della manifestazione di sabato a Torino. La cronaca si è trasformata in una scusa per alimentare campagne d’odio sempre più estese, con un obiettivo preciso e solo in parte dichiarato: reprimere il dissenso. Qui di seguito, la mia versione dei fatti, quello che ho vissuto e fotografato sul campo. 

Definire i manifestanti, etichettarli e non comprendere le reali ragioni alla base del movimento è riduttivo sia per chi lo racconta che per chi lo crede. La manifestazione nasce da una necessità profonda, stratificata nella popolazione, dal bisogno di dire basta a una serie di misure restrittive che molti percepiscono come ingiuste, quando non criminali. La stretta sugli spazi liberi e la chiusura dell’Askatasuna sono solo gli ultimi detonatori di una frattura già aperta. L’“effetto Palestina”, il genocidio del popolo palestinese, ha palesato la violenza di un governo complice dei massacri israeliani. A questo si aggiunge la paura di una guerra che non viene più nemmeno mascherata come improbabile, ma evocata ogni giorno come necessaria. C’è la corsa al riarmo, mentre scuola e sanità vengono smontate pezzo dopo pezzo. C’è il fermo dei salari, l’aumento dei prezzi e una crisi economica che non è più congiunturale ma è diventata strutturale. C’è soprattutto la sfiducia nel fatto che le cose possano migliorare, perché i governi diventano sempre più autoritari.

Tutto questo, sabato, a Torino, si sapeva. Il corteo è partito in tre blocchi distinti ed eterogenei che presto si sono uniti, composti da migliaia e migliaia di persone: cittadini comuni, famiglie, studenti e lavoratori. Ha avanzato compatto verso i Giardini Reali e, poco prima del Rondò della Forca, il carro con la musica di testa si è fermato: qui alcuni gruppi hanno iniziato a vestirsi per non essere riconosciuti dalla polizia.

Ho visto persone mettersi elmetti, bandane, lo scotch sulle scarpe per non farsi riconoscere e sulla schiena per riconoscersi fra di loro nel caos che verrà. Ho sentito anche parlare francese e inglese da chi è venuto in supporto da altre realtà antagoniste. Rispetto al 12 dicembre sempre a Torino o ad altre manifestazioni, questo livello di scontro richiede un’organizzazione e preparazione preventiva: dalle maschere antigas, scudi, agli elmetti, alla strategia. I martelli nelle manifestazioni vengono usati per rompere i marciapiedi e creare sassi per i lanciatori. Così infatti è successo poco dopo, quando lo scontro si è trasformato in guerriglia. La verità è che i manifestanti a volto coperto vedono nella disobbedienza e nella resistenza la risposta alle ingiustizie sociali. Penso che i gruppi implicati negli scontri rivendichino tutto con orgoglio politico; ignorare questo significa non considerare le conseguenze delle iniquità e del disagio sociale e strumentalizzare la manifestazione per fini politici.

Quando il corteo è ripartito, tutte queste persone l’hanno preceduto, muovendosi verso gli agenti in assetto antisommossa e schierati lungo corso Regina Margherita per bloccare l’accesso al centro sociale.

Così è iniziata la guerriglia, durata circa due ore, con un’escalation che raramente accade in Italia. L’ultima volta l’ho vista è stato nel 2019 in Cile, quando il popolo lottava contro il sistema neoliberale di Piñera per chiedere il cambio della vecchia costituzione di Pinochet. Gli scontri a Santiago sono durati settimane e, come a Torino, la rabbia ha preso la forma di pietre, idranti, manganelli, gas lacrimogeni, e qualsiasi cosa si potesse lanciare. Un bancale incendiato è diventato un fuoco con fiamme così alte che ha rischiato di bruciare la casa vicina.

Sabato ho riconosciuto il punto di rottura. Mentre fotografavo gli scontri, fra il primo cordone di polizia e i manifestanti, vedo un uomo accasciato a terra in mezzo alla strada. Mi avvicino istintivamente, senza avere ancora ben chiaro cosa fosse successo. Dal mirino della macchina fotografica vedo la ferita sulla testa e il viso grondante di sangue, mentre due poliziotti vanno verso di lui. Penso che lo vogliano soccorrere, tirare su e chiamare un’ambulanza. Alla loro vista, l’uomo, con una mano tesa, chiede aiuto, ma non riceve risposta: gli agenti lo guardano e proseguono dritto, come nulla fosse successo. Incredulo di fronte alla scena, mi avvicino per sorreggere l’uomo e a mia volta, chiedere aiuto. Certo, nel caos di una guerriglia, tutto questo potrebbe passare inosservato, ma in mezzo alla strada circondati da agenti e da camionette, era chiaro cosa stesse succedendo. Passano altri poliziotti, continuo a chiedere aiuto, e di chiamare un’ambulanza, ma non vengo ascoltato. Non sapevo nemmeno, oltre alla visibile ferita, cosa altro fosse successo all’uomo. Come si insegna nei corsi di prima emergenza in zone di conflitto, cerco di metterlo in sicurezza, spostandolo dal mezzo della strada per stabilizzarlo. Non avevo il kit di primo soccorso con me: con il senno di poi, certamente un errore, non avrei mai pensato che sarebbe potuto servirmi nella mia Torino. Per fortuna dopo qualche minuto Aarianna Read e Mattia Bidoli — rispettivamente infermiera di emergenza e operatore umanitario, fotografo e mago, come si definisce nel suo profilo Instagram — ci vedono e immediatamente vengono in soccorso. Questa è stata la vera magia. Aarianna e Mattia hanno recentemente lavorato a Gaza, nelle evacuazioni dei civili intrappolati dal nord della striscia. Mi hanno raccontato che nonostante il permesso israeliano per l’azione umanitaria, sono stati spesso sotto tiro dai cecchini dell’IDF che sparavano sopra le loro teste, per intimidazione con il rischio di ucciderli, per errore chiaramente. […] CONTINUA NELLA NEWSLETTER ‘THE WORLD WE LIVE IN’